Ci sono canzoni che parlano di bellezza mostrando qualcosa di bello. E poi ci sono canzoni, come “Bellezza” dei Marlene Kuntz, che fanno un’operazione molto più interessante: mettono al centro non l’oggetto della bellezza, ma l’atto stesso della sua ricerca perché, in fondo, la bellezza non è sempre quella che si vede.
A volte vive in un silenzio condiviso, in uno sguardo che rimane un secondo più del necessario, in una persona che riesce a farci sentire a casa senza dire una parola. È nei difetti che impariamo ad amare, nelle cicatrici che raccontano ciò che abbiamo attraversato, nelle piccole imperfezioni che rendono qualcuno irripetibile ed unico.
Forse la vera bellezza è proprio questa: non essere perfetti, ma riuscire a riconoscersi nell’altro. E quando questo accade, anche per un istante, tutto il resto sembra perdere importanza.
Con “Bellezza”, i Marlene Kuntz tornano a uno dei territori che hanno sempre saputo abitare meglio: quello in cui rock, inquietudine e poesia si incontrano senza mai trovare una forma completamente rassicurante.Il titolo potrebbe far pensare a qualcosa di luminoso e immediato. E invece, nel linguaggio della band, la bellezza non è mai soltanto armonia. È qualcosa di più ambiguo, fragile e persino doloroso. È nascosta nelle crepe, nelle contraddizioni, nei dettagli che normalmente preferiremmo non mostrare.
La voce di Cristiano Godano mantiene quella tensione caratteristica dei Marlene Kuntz: le parole sembrano cercare continuamente un punto di equilibrio tra desiderio e disillusione, tra attrazione e distanza. Non c’è una bellezza semplicemente da contemplare, ma una bellezza da attraversare, anche quando comporta disagio.
Musicalmente, il brano conserva quella dimensione emotiva e fisica tipica della band: il rock non serve soltanto a sostenere il testo, ma diventa parte del suo significato. Le chitarre e la costruzione sonora contribuiscono a creare un’atmosfera sospesa, nella quale la melodia lascia spazio anche alla tensione.Ed è forse proprio questo il fascino di “Bellezza”: non offre una definizione, ma una domanda. Che cosa consideriamo davvero bello? Ciò che appare perfetto oppure ciò che, pur ferito e imperfetto, riesce ancora a emozionarci?I Marlene Kuntz non sembrano interessati a dare una risposta definitiva. Preferiscono lasciare che sia l’ascoltatore a confrontarsi con quella domanda.
“Bellezza” diventa così più di una semplice canzone una riflessione sull’attrazione, sulla fragilità e sul modo in cui cerchiamo qualcosa di autentico dentro ciò che è inevitabilmente imperfetto.Ed è proprio in questa zona incerta, tra inquietudine e desiderio, che la band piemontese continua a trovare la propria voce.
Approfondendo il brano, c’è un punto interessante: “Bellezza” non è tanto una canzone che descrive la bellezza, quanto una canzone che racconta il bisogno di cercarla, un po’ come la ricerca di avid Bowie in Loving The Alien in cui Bowie ci paragona agli alieni, sempre alla ricerca di noi stessi. È contenuta in Bianco sporco, sesto album dei Marlene Kuntz, pubblicato nel 2005, e fu scelta come singolo prima dell’uscita del disco.
Pubblicata nel 2005 all’interno di Bianco sporco, “Bellezza” arriva in un momento significativo della storia dei Marlene Kuntz. La band piemontese aveva già costruito una propria identità nell’alternative rock italiano, ma Cristiano Godano stava progressivamente cercando una scrittura meno ermetica e meno deliberatamente cerebrale. In un’intervista dell’epoca, Cristiano spiegava proprio il desiderio di rendere i testi più leggibili, allontanandosi dall’immagine dello scrittore che non vuole essere compreso e “Bellezza” è forse uno degli esempi più riusciti di questa evoluzione. La prima scelta decisiva è grammaticale prima ancora che poetica: “noi”.
Il protagonista della canzone non è un individuo che racconta la propria esperienza sentimentale. È una comunità indefinita di persone, e quel “noi” viene immediatamente frammentato attraverso una serie di contrasti: sereni oppure cupi, semplici oppure acidi, puri oppure colpevoli, forti oppure spenti. Il risultato è importante: la ricerca della bellezza non appartiene a una categoria particolare di esseri umani. Non la cercano soltanto i puri, i sensibili, gli artisti o gli innamorati; la cercano anche quelli arrabbiati, feriti, contraddittori, vulnerabili. La bellezza, quindi, diventa una possibilità umana universale e soprattutto non è necessario essere in una condizione ideale per poterla cercare. La bellezza dentro la contraddizione porta poi il testo a diventare profondamente “marlene”.
I personaggi descritti da Godano non sono coerenti possono essere amabili oppure offesi, forti oppure succubi, luminosi oppure relegati ai margini; ed il testo costruisce continuamente coppie di opposti. Questa struttura suggerisce che la bellezza non nasce necessariamente dall’ordine e dalla perfezione. può essere cercata anche dentro la contraddizione, anzi, forse è proprio la contraddizione a renderla necessaria. L’essere umano è presentato come qualcosa di instabile: oggi sicuro, domani fragile; capace di desiderare e contemporaneamente di sentirsi colpevole; capace di forza e, nello stesso tempo, di ritrovarsi “all’angolo”.
Eppure, c’è una costante: la ricerca continua, infatti, la parola “Ovunque” contenuta nel testo è una parola fondamentale e forse la parola più importante del brano potrebbe essere proprio “ovunque”. Non viene indicato un luogo privilegiato nel quale trovare la bellezza. Non è necessariamente nell’amore, nell’arte, nella natura o nella felicità. È ovunque.
Questa idea trova un’interessante conferma nelle parole di Godano in un’intervista dedicata proprio al significato di “Bellezza”. Alla domanda sulla capacità di trovare bellezza nell’Italia contemporanea, il cantante rispose che si tratta di un concetto difficile da definire e osservò che la bellezza può essere trovata anche nell’arte, nella natura, in una luce o in un semplice colpo d’occhio capace di suscitare qualcosa dentro di noi.
È una concezione della bellezza quindi molto lontana dall’idea di qualcosa di necessariamente sublime; può essere piccola, casuale, momentanea, può apparire dove non la stavamo cercando. Poi arriva uno dei passaggi più interessanti del brano: la contrapposizione fra bellezza e utilità. La ricerca della bellezza viene presentata come un’attività apparentemente inutile, ed è proprio questo il punto. In una società nella quale tutto tende a essere misurato attraverso la sua funzione, il rendimento e il risultato, dedicare tempo a qualcosa che non “serve” diventa quasi un atto di ribellione. I Marlene Kuntz sembrano rovesciare il concetto: ciò che viene considerato inutile può essere precisamente ciò che dà senso all’esistenza. Ascoltare una canzone, osservare un tramonto, innamorarsi, perdersi nei pensieri, contemplare un’opera d’arte, cercare qualcosa di bello senza sapere esattamente perché. Da un punto di vista produttivo, tutto questo può sembrare inutile, da un punto di vista umano, può essere indispensabile. Ed è qui che il brano acquista una dimensione quasi filosofica
.Anche il fatto che “Bellezza” appartenga all’album “Bianco sporco” è significativo.Il titolo dell’album contiene già una contraddizione: il bianco è associato alla purezza, ma qui è “sporco”, non è più incontaminato. È un’immagine perfettamente compatibile con il mondo della canzone: la bellezza non viene cercata in qualcosa di perfettamente puro, ma dentro una realtà già attraversata dalle sue contraddizioni. Non serve ripulire la vita prima di poter trovare qualcosa di bello; la bellezza può stare proprio nel bianco sporco.
Non serve ripulire la vita prima di poter trovare qualcosa di bello; la bellezza può stare proprio nel bianco sporco .Anche musicalmente il pezzo lavora in questa direzione: la struttura non punta semplicemente sull’impatto aggressivo che aveva caratterizzato alcune delle stagioni più dure della band. “Bellezza” costruisce invece un’atmosfera nella quale il testo può respirare e la componente chitarristica mantiene la riconoscibile identità rock dei Marlene Kuntz, ma la canzone ha una dimensione più avvolgente e riflessiva.
La formazione di Bianco sporco comprendeva, oltre a Godano e Riccardo Tesio, Luca Bergia alla batteria, Gianni Maroccolo al basso e Rob Ellis alle tastiere; nel brano partecipano inoltre musicisti ospiti, tra cui Riccardo Parravicini alla chitarra acustica e Giulia Villari ai cori. Questo contribuisce a dare al pezzo una consistenza sonora diversa dal semplice schema “voce più chitarre”: la canzone cerca una dimensione più ampia, quasi contemplativa. Forse il modo più interessante di leggere oggi “Bellezza” è considerarla una piccola dichiarazione contro il cinismo.
Il testo non nega l’esistenza del dolore, della rabbia, della colpa o della sconfitta; al contrario, li mette esplicitamente dentro il proprio “noi”. Ma rifiuta l’idea che riconoscere il lato oscuro dell’esistenza debba necessariamente portarci a smettere di cercare qualcosa di luminoso. È una differenza fondamentale perché non dice: il mondo è bello; dice, piuttosto: nonostante tutto, continuiamo a cercare la bellezza. E questa seconda affermazione è molto più inquieta, ma anche molto più umana .A distanza di anni, il brano conserva la sua forza proprio perché non pretende di spiegare cosa sia la bellezza, non offre una definizione, offre un comportamento: cercarla. Continuare a cercarla quando siamo sereni e quando siamo arrabbiati; quando ci sentiamo amati e quando ci sentiamo messi da parte; quando siamo forti e quando siamo completamente spenti.
È una canzone che trasforma la bellezza da condizione a ricerca; e forse è questo il suo messaggio più profondo: non dobbiamo necessariamente trovare qualcosa di perfetto per dare valore alla nostra esperienza. A volte basta continuare a guardare, ascoltare, desiderare. In questo senso, “Bellezza” non è una canzone sull’estetica, è, infatti, una canzone sulla necessità di non smettere di essere sensibili. Ed è probabilmente questa la sua forma più autentica di ribellione.
