Ascoltata attentamente, “Lost Woman” non è Joe Walsh con due musicisti alle spalle, È un organismo a tre teste.
Ci sono performance dal vivo che documentano semplicemente una buona band sul palco e altre che, a distanza di decenni, finiscono per raccontare molto di più: un’epoca, una concezione del rock, il rapporto fra composizione e improvvisazione. La versione di “Lost Woman” contenuta in Live in Concert appartiene senza dubbio alla seconda categoria.
Registrata alla Carnegie Hall il 15 maggio 1971, la rilettura dei James
Gang di un brano degli Yardbirds si dilata per circa diciassette minuti e
quaranta secondi, occupando quasi per intero il lato conclusivo dell’album. È
una durata che, sulla carta, potrebbe far pensare alla consueta jam da power
trio dei primi anni Settanta. Ma ridurre questa esecuzione a una lunga
improvvisazione significherebbe non coglierne il punto essenziale.
“Lost Woman” non è tanto un brano che viene dilatato quanto una
composizione che viene coverizzata in modo aperto e geniale.
Il riff resta il centro di gravità, ma attorno a quel nucleo Joe Walsh,
Dale Peters e Jim Fox costruiscono uno spazio musicale nel quale il tempo
diventa materia espressiva. La canzone smette progressivamente di essere una
struttura da attraversare e diventa un ambiente nel quale la band può muoversi.
È qui che si misura la vera grandezza della performance.
La “Lost Woman” originale appartiene alla fase più inquieta e
sperimentale degli Yardbirds e porta con sé la tradizione del blues-rock
britannico che, nella seconda metà degli anni Sessanta, aveva trasformato il
linguaggio della chitarra elettrica.
I James Gang non si limitano però a riprenderne il vocabolario, ad
eseguire in maniera più vicina possibile all’originale, fanno altro:
ricontestualizzano il brano.
Il passaggio dall’originale britannico alla versione del trio americano
è anche il passaggio da una concezione ancora fortemente legata alla
psichedelia e al blues-rock inglese a una forma di hard rock più asciutta,
pesante e terrena.
La musica dei James Gang non ha bisogno di accumulare strumenti per
produrre massa sonora: la massa nasce dalla densità dell’interazione fra tre
musicisti.
Ed è una differenza fondamentale. Joe Walsh non ha un secondo
chitarrista con cui spartire il registro armonico, deve occupare
contemporaneamente il ruolo del riff-maker, del solista e del musicista che dà
forma melodica al brano. Di conseguenza, basso e batteria acquistano una
funzione strutturale molto più ampia.
Così accade che Dale Peters e Jim Fox non accompagnano semplicemente
Walsh: gli costruiscono intorno lo spazio necessario per poter essere libero di
inventare e riffare con la chitarra. Un po’ quello che accadeva con la Jimi
Hendrix Experience.
Ed è proprio questa interdipendenza a rendere credibile una performance
di quasi diciotto minuti che, per l’epoca, sono tanti
La forza di “Lost Woman” sta innanzitutto nella sua semplicità
strutturale, non c’è una suite progressive, non c’è una successione di temi
destinati a creare una narrazione sinfonica. La band parte da un’idea
relativamente elementare e decide di esplorarne le possibilità di variare per
cui, il riff diventa una sorta di architettura portante.
Attorno ad esso la musica può aumentare di densità, rarefarsi,
riprendere slancio perché, comunque, l’improvvisazione non cancella la forma ma
la rende elastica.
Questo è un aspetto spesso trascurato quando si parla del rock
improvvisato di quegli anni. La libertà non coincide necessariamente con
l’assenza di struttura. Nei momenti migliori, come in questa “Lost Woman”,
accade esattamente il contrario: più la band si allontana dalla forma
convenzionale, più diventa importante possedere un centro al quale poter
tornare ed il riff è quel centro.
Poi, la capacità della James Gang di ritornarvi senza dare
l’impressione di ricominciare ogni volta da capo, è uno degli elementi che
tengono in piedi l’intera performance.
Parlare di questa registrazione significa inevitabilmente parlare di
Joe Walsh, ma definirla semplicemente come una vetrina chitarristica sarebbe un
errore. La cosa più interessante non è quante note Walsh riesca a suonare.; è
come gestisce il tempo.
Il suo fraseggio non dà continuamente l’impressione di voler dimostrare
qualcosa perché, le idee vengono lasciate respirare, riprese, deformate. La
chitarra passa dalla funzione ritmica a quella solistica quasi senza soluzione
di continuità, praticamente fa ciò che vuole.
Ma soprattutto, Walsh comprende una cosa fondamentale per qualunque
improvvisatore: in una lunga performance anche il silenzio è materiale
musicale.
Non riempire ogni spazio significa permettere alla frase precedente di
avere un peso; significa lasciare che basso e batteria reagiscano; significa,
soprattutto, evitare che la jam si trasformi in una successione indistinta di
assoli.
Il risultato è una chitarra che non sembra semplicemente “suonare
sopra” la sezione ritmica; la chitarra e la sezione ritmica pensano insieme, ed
è una differenza sottile, ma decisiva.
L’ascolto concentrato della traccia permette di rivalutare anche il
contributo di Dale Peters perché se in un power trio il basso ha un compito
ingrato, cioè deve sostenere il riff, fornire profondità armonica, mantenere il
groove e, allo stesso tempo, reagire alle libertà del chitarrista, Peters fa di
più, “suggerisce il passo o la cadenza , chiamatela come volete voi.
E Peters svolge esattamente questa funzione. il suo basso impedisce
alla performance di perdere peso quando Walsh si allontana dal tema, quindi,
non è soltanto un elemento di accompagnamento: è una sorta di cerniera fra riff
e improvvisazione.
Ed è anche grazie a questa solidità che la chitarra può assumere un
ruolo così vario e diversificato.
Il rapporto fra i due strumenti è uno degli aspetti più riusciti della
registrazione: quando Walsh apre il campo, Peters lo riempie; quando la
chitarra si avvicina nuovamente al riff, il basso contribuisce a ricompattare
la struttura.
Ancora più importante è il lavoro di Jim Fox perché la batteria evita
uno dei rischi tipici delle lunghe jam dell’epoca: confondere energia con
intensità continua.
Una performance di quasi diciotto minuti non può vivere costantemente
al massimo livello di pressione, ha anche bisogno di respirare e Fox comprende
perfettamente questa necessità.
Il suo drumming non è soltanto una macchina propulsiva, ma uno
strumento dinamico. Il tempo può diventare più insistente, più aperto, più
pesante o lasciare spazio alla chitarra e la batteria non cerca di rubare la
scena a Walsh, ma nemmeno si limita a seguirlo passivamente.
Il vero elemento distintivo del trio è proprio questo interplay.
Ascoltata attentamente, “Lost Woman” non è Joe Walsh con due musicisti
alle spalle, È un organismo a tre teste.
Po c’è il luogo della registrazione che aggiunge un ulteriore livello
di lettura.
La Carnegie Hall, cioè la “sala” concerto di New York, evoca una
tradizione musicale americana molto diversa da quella del rock ad alto volume
dei primi anni Settanta. Portare in quella sala un power trio come i James Gang
significa inserire il linguaggio dell’hard blues in uno spazio storicamente
associato alla grande musica da concerto.
E “Lost Woman” rende quasi tangibile questo contrasto con la musica che
non tenta di adattarsi all’ambiente, non cerca una rispettabilità istituzionale
al punto che il suono resta fisico, elettrico, pesante.
Ed è proprio questo a rendere significativa la registrazione: il rock
non è più una presenza estranea al grande circuito delle sale da concerto
americane. Nel 1971 può occuparne il palcoscenico alle proprie condizioni e la
Carnegie Hall diventa così non soltanto il luogo della registrazione, ma parte
del significato storico dell’esibizione.
La presenza poi di Bill Szymczyk dietro la registrazione è altrettanto
importante. Live in Concert non dà l’impressione di voler ricostruire
artificialmente in studio una versione ideale della band. La priorità sembra
essere la restituzione dell’evento: tre musicisti che interagiscono in tempo
reale, con le inevitabili imperfezioni e oscillazioni di una performance dal
vivo e per una traccia come “Lost Woman” è un elemento fondamentale.
Ma una jam di questa natura vive del rischio al punto che se ogni
passaggio fosse stato ripulito, corretto e ricostruito fino alla perfezione,
avrebbe perso una parte della propria ragione d’essere. Quello che ascoltiamo,
invece, conserva la sensazione di una musica che sta accadendo, non
semplicemente di una musica che è stata registrata.
È una distinzione che oggi, nell’epoca delle produzioni digitali
estremamente controllate, assume un peso ancora maggiore.
La collocazione di “Lost Woman” nel disco è tutt’altro che casuale;
prima arriva “Walk Away”, uno dei brani più immediati del repertorio dei James
Gang, legato alla dimensione della canzone e alla forza del riff memorabile.
Poi la prospettiva cambia completamente perché, ad esempio, con “Lost
Woman” il tempo radiofonico viene abbandonato, il singolo lascia spazio alla
performance, la forma chiusa lascia spazio alla forma aperta e la canzone
diventa un’occasione per verificare fino a dove possa spingersi il trio senza
perdere il proprio centro.
È una conclusione che dice molto sulla concezione live della band.
I James Gang non terminano il concerto con il brano più facilmente
riconoscibile, ma con quello che consente loro di mostrare maggiormente ciò che
sono sul palco.
C’è poi un elemento che soltanto la prospettiva storica permette di
cogliere pienamente: Live in Concert è l’ultimo album ufficiale dei
James Gang con Joe Walsh; infatti più avanti nel 1971 Walsh avrebbe lasciato il
gruppo e questo rende la registrazione particolarmente preziosa, ma non
necessariamente nostalgica.
Non c’è bisogno di trasformare “Lost Woman” in un involontario canto
d’addio perché la musica non suggerisce una band consapevole della propria
imminente separazione.
Anzi, la sensazione è quasi opposta: quello che emerge è una formazione
ancora affamata, capace di spingersi oltre la dimensione della canzone e di
mettere alla prova i propri limiti sul palco. E il valore documentario della
registrazione nasce proprio da questo contrasto: sappiamo che la formazione sta
per terminare, mentre la musica che ascoltiamo sembra tutt’altro che al termine
del proprio percorso.
Naturalmente, “Lost Woman” non è priva dei rischi propri di questo tipo
di performance; in fondo diciassette minuti sono tanti e qui non stiamo
parlando di progressive, qui parliam di rock blues che è un altro pianeta.
E il rock dei primi anni Settanta ha prodotto non poche improvvisazioni
nelle quali la libertà finiva per diventare autoreferenzialità, con il
virtuosismo che prendeva il posto della costruzione musicale.
La versione dei James Gang è interessante proprio perché riesce, nel
complesso, a evitare questa trappola. Non tutto ciò che accade nei quasi
diciotto minuti ha necessariamente lo stesso peso, ma la performance conserva
un senso di direzione ed il riff rimane riconoscibile.
La sezione ritmica mantiene il controllo e Walsh può dilatare il
proprio fraseggio senza perdere completamente il rapporto con la composizione.
Ed è questo controllo della tensione, più ancora del virtuosismo, a costituire
la vera qualità della registrazione.
Il confronto con Cream, Hendrix, Taste o Led Zeppelin viene quasi
spontaneo, ma rischia di diventare un’abitudine critica. I James Gang non hanno
bisogno di competere con nessuno perché il loro linguaggio è differente.
C’è la stessa centralità della chitarra elettrica, naturalmente, e c’è
il blues come matrice comune. Ma il trio di Cleveland appare meno interessato
alla monumentalità del gesto e più concentrato sul rapporto fra riff, groove e
melodia.
È forse questa la caratteristica che anticipa meglio il percorso
successivo di Walsh; dietro la distorsione e l’hard rock c’è sempre un
musicista interessato alla canzone. Anche quando “Lost Woman” sembra
allontanarsi dalla forma, non la perde mai completamente di vista.
Ed è proprio questo a distinguerla dalla semplice esibizione
strumentale.
È impossibile ascoltare oggi questa registrazione senza conoscere ciò
che sarebbe successo a Joe Walsh negli anni successivi; ma bisogna fare anche
attenzione a non ascoltarla soltanto come un’anticipazione dell’artista che
verrà.
Il Walsh di “Lost Woman” è ancora pienamente un membro dei James Gang e
la sua identità nasce dal rapporto con Peters e Fox, dalla dimensione del trio
e dalla necessità di trasformare una formazione ridotta in una macchina sonora
completa.
Il futuro solista, come il musicista degli Eagles, è ancora lontano.
Qui c’è soprattutto il chitarrista di una band che ha trovato nella
dimensione live il proprio laboratorio creativo, ed è probabilmente questa la
ragione per cui la registrazione conserva tanta vitalità.
Non ascoltiamo un musicista già arrivato, ascoltiamo un musicista
ancora in movimento.
