venerdì 16 ottobre 2026

Oasis, 31 anni dopo: il mito di (What’s the Story) Morning Glory? Oggi invece partecipare al momento storico di una reunion è costoso...ma ne vale la pena?

2 ottobre 1995. 


Una data che, guardata oggi, sembra appartenere a un’altra epoca della musica. Internet non aveva ancora trasformato il modo di ascoltare musica, lo streaming era fantascienza, MTV aveva ancora un peso enorme e il rock britannico occupava una posizione centrale nell’immaginario giovanile. Quel giorno gli Oasis pubblicavano (What’s the Story) Morning Glory?, il loro secondo album.

Trentuno anni dopo, il disco non è semplicemente sopravvissuto. È diventato qualcosa di più difficile da definire: un oggetto della memoria collettiva. Un album che continua a essere ascoltato, citato, imitato e soprattutto cantato.

E forse è proprio qui che risiede il suo vero mito: non nella perfezione musicale, non nell’originalità assoluta. Nemmeno nella presunta superiorità degli Oasis rispetto ai loro contemporanei.

Il mito di Morning Glory? nasce dalla sua capacità quasi irripetibile di trasformare alcune semplicissime idee come una melodia, una chitarra, una frase da urlare insieme come inni generazionali.

Per capire Morning Glory? bisogna tornare alla Gran Bretagna del 1995.

Il rock britannico stava vivendo una delle sue stagioni più fortunate. Dopo anni nei quali la scena alternativa americana aveva dominato l’immaginario internazionale, gruppi inglesi come Blur, Oasis, Pulp e Suede avevano riportato al centro della cultura pop il concetto stesso di “Britishness” ed il termine era stato coniato come Britpop.

Ma dietro l’etichetta c’erano differenze enormi. I Blur avevano una scrittura più ironica e osservazionale; i Pulp raccontavano la provincia, il desiderio e le differenze sociali con una sofisticata vena narrativa; gli Oasis guardavano soprattutto alla tradizione del rock’n’roll e alla grande canzone pop.

Liam e Noel Gallagher non nascondevano le proprie ambizioni, anzi, le esibivano cercando di enormi.

E Morning Glory? fu il disco attraverso il quale riuscirono a dimostrarlo.

Il primo album, Definitely Maybe, aveva già trasformato gli Oasis in una delle band più importanti della scena britannica.

Era un disco più sporco, nervoso, quasi aggressivo nella sua determinazione.

Morning Glory? invece conserva ancora quella sicurezza di essere non solo arrivati, ma la espande.

Gli Oasis non sembrano più una giovane band che vuole conquistare il mondo: sembrano una band che dà per scontato di poterlo fare.

La produzione di Owen Morris contribuisce enormemente a questa sensazione. Le chitarre sono stratificate, la batteria ha un impatto enorme, le voci sono spesso trattate per ottenere una dimensione quasi monumentale.

Il risultato non è particolarmente raffinato ma è proprio questo il punto.

Il suono di Morning Glory? è grande senza essere elegante. È diretto, fisico, talvolta persino rozzo. Non vuole impressionare per complessità, vuole solo prendersi il suo spazio anzi, lo vuole occupare.

L’album si apre con “Hello”, e già il titolo sembra una dichiarazione, come se gli Oasis fossero entrati nella stanza e avessero deciso che era arrivato il loro momento.

Il brano utilizza un campionamento di “Hello, Hello, I’m Back Again” di Gary Glitter, elemento che contribuì alla sua identità sonora ma che oggi richiede anche una contestualizzazione diversa alla luce della storia personale e giudiziaria dell’artista.

Musicalmente, però, “Hello” è perfetta come apertura: chitarre massicce, ritornello enorme e quella particolare arroganza melodica tipica di Noel Gallagher.

Non è necessariamente la canzone più sofisticata del disco ma è comunque una dichiarazione d’intenti.

Poi arriva “Roll with It”.

Ed è difficile immaginare una canzone più rappresentativa della filosofia Oasis.

Pochi accordi. Una melodia immediata. Un ritornello che sembra nato per essere cantato da migliaia di persone.

È anche il brano che porta direttamente alla celebre battaglia con i Blur.

Nel 1995 la pubblicazione contemporanea di “Roll with It” e “Country House” trasformò una rivalità tra due band in una guerra mediatica. Oggi quella contrapposizione appare quasi caricaturale.

Ma allora rappresentava qualcosa di più ampio: due idee differenti di pop britannico che si contendevano lo stesso pubblico. Gli Oasis avevano però un’arma particolare.

Sapevano scrivere canzoni che sembravano appartenere al pubblico ancora prima di essere pubblicate.

Poi arriva il brano che ha finito per diventare più grande degli stessi Oasis.

“Wonderwall”.

È quasi impossibile ascoltarla oggi senza confrontarsi con il suo peso culturale.

Per anni è stata suonata ovunque. Chitarre acustiche, feste, pub, scuole, talent show, concerti. È diventata una delle canzoni più riconoscibili degli ultimi decenni.

Eppure la sua forza non deriva da una struttura particolarmente complessa. È una canzone costruita sulla ripetizione, sull’atmosfera e soprattutto sulla melodia.

Noel Gallagher riuscì a fare qualcosa di straordinariamente difficile: scrivere una canzone che sembra contemporaneamente intima e universale.

Il testo, inoltre, ha mantenuto una certa ambiguità; chi è davvero la “Wonderwall”?

La canzone non offre una risposta definitiva. Ed è probabilmente uno dei motivi per cui così tante persone hanno potuto appropriarsene.

“Wonderwall” non racconta necessariamente la storia di tutti; permette a tutti di raccontarci dentro la propria storia.

Se “Wonderwall” è il grande momento pop dell’album, “Don’t Look Back in Anger” è forse il momento emotivamente più importante perché Noel canta.

La scelta produce un effetto curioso: Liam, la voce simbolo degli Oasis, lascia spazio al fratello proprio nella canzone destinata a diventare uno dei loro inni più duraturi.

Il brano contiene un evidente richiamo a John Lennon e alla tradizione beatlesiana, ma non vive semplicemente di nostalgia.

La sua forza sta nella capacità di trasformare un sentimento individuale in un coro collettivo.

Nel corso degli anni “Don’t Look Back in Anger” ha assunto significati differenti a seconda del luogo e del momento in cui è stata cantata.

È diventata una canzone da stadio, da concerto, da celebrazione e, in alcuni contesti, anche una forma spontanea di solidarietà collettiva.

Questo è un passaggio fondamentale per comprendere il fenomeno Oasis: una canzone può essere scritta da Noel Gallagher ma il momento in cui diventa un inno appartiene al pubblico.

“Some Might Say” riporta l’album verso la dimensione più classica degli Oasis.

È una canzone costruita sulla tradizione del rock britannico: riff, batteria, chitarre e un ritornello immediatamente riconoscibile.

La voce di Liam è fondamentale, non perché sia tecnicamente impeccabile nel senso tradizionale del termine, ma perché possiede una qualità che non si può facilmente insegnare: identità. Bastano poche parole per riconoscerlo.

Il suo modo di pronunciare le frasi, la nasalità, l’atteggiamento e quella particolare combinazione di vulnerabilità e arroganza trasformano testi relativamente semplici in qualcosa di immediatamente personale.

Uno degli aspetti più interessanti di Morning Glory? è ciò che il disco non fa; non cerca di dimostrare quanto Noel Gallagher sia un compositore tecnicamente complesso.

Non costruisce brani progressivi, non cerca soluzioni armoniche particolarmente ardite, non reinventa il linguaggio della chitarra rock.

Al contrario, prende la grammatica classica del pop-rock britannico e la porta alla massima efficacia. Ed è una filosofia che potrebbe essere riassunta così:

“se una melodia funziona, non complicarla”.

Gli Oasis capirono una cosa che molte band dimenticano: la semplicità non è necessariamente facilità. Scrivere una canzone che tutti ricordano dopo un ascolto è spesso più difficile che scrivere una canzone che impressiona dopo dieci ascolti.

E poi c’è il finale.

“Champagne Supernova” dura oltre sette minuti e rappresenta una sorta di apertura verso un’altra dimensione.

Qui gli Oasis abbandonano temporaneamente la necessità del singolo perfetto e si concedono di dilatare il tempo.

Chitarre, effetti, ripetizioni e atmosfere psichedeliche costruiscono un finale sospeso con il testo che è volutamente enigmatico.

Le immagini sembrano scorrere senza formare necessariamente una narrazione lineare, ed è proprio questo a renderla efficace.

“Champagne Supernova” non chiede di essere interpretata parola per parola, chiede solo di essere attraversata nota dopo nota

È il momento in cui Morning Glory? smette di essere semplicemente un album di canzoni e diventa un paesaggio.

Parlare degli Oasis senza parlare dei Beatles sarebbe impossibile.

Noel Gallagher non ha mai nascosto l’influenza della band di Liverpool e Morning Glory? è pieno di riferimenti, diretti e indiretti, alla tradizione beatlesiana.

Ma ridurre gli Oasis a una copia dei Beatles sarebbe troppo semplice perchè la prima e più importante differenza sta nell’atteggiamento.

I Beatles rappresentavano una continua espansione delle possibilità della musica pop mentre gli Oasis, invece, sembravano voler dimostrare che non era necessario andare avanti per forza perchè si poteva tornare alle grandi melodie, alle chitarre, ai ritornelli, al rock’n’roll.

In questo senso, gli Oasis erano contemporaneamente nostalgici e moderni.

Un altro elemento fondamentale del mito è naturalmente il rapporto tra Liam e Noel Gallagher.

Gli Oasis non sarebbero diventati gli Oasis senza quella tensione: Noel era il principale autore, Liam era il volto, la voce e una presenza scenica impossibile da ignorare.

La dinamica funzionava proprio perché i due fratelli rappresentavano due modi differenti di intendere la stessa musica.

Noel costruiva le canzoni, Liam le trasformava in personaggi. Il risultato era qualcosa che nessuno dei due avrebbe potuto ottenere nello stesso modo da solo.

La domanda più interessante oggi non è se Morning Glory? sia ancora “un grande album”. È capire perché continui a funzionare.

Una parte della risposta è inevitabilmente nostalgica, chi lo ascoltò nel 1995 associa quelle canzoni alla propria giovinezza, a un’epoca precisa, a un modo diverso di vivere la musica.

Ma la nostalgia da sola non basta perché il disco continua a raggiungere ascoltatori nati molti anni dopo.

La spiegazione probabilmente sta nella sua accessibilità, Morning Glory? non richiede conoscenze preliminari, non bisogna conoscere il Britpop, non bisogna sapere chi fossero i Gallagher, non bisogna comprendere la storia del rock britannico.

Bastano pochi secondi di una melodia.

E qui vale la pena fare una precisazione: il mito non dovrebbe trasformarsi in santificazione, Morning Glory? non è un album perfetto.

Alcuni brani hanno una struttura piuttosto convenzionale ed alcune soluzioni sonore oggi possono apparire datate. La scrittura di Noel, per quanto efficace, può essere ripetitiva e fortemente debitrice della tradizione.

Ma forse è proprio questo uno dei segreti della sua longevità, il disco non pretende di essere un trattato di composizione. È un album che vuole e sotto questo aspetto raggiunge perfettamente il proprio obiettivo.

A trentuno anni dalla sua pubblicazione, Morning Glory? rappresenta un caso particolare nella storia del rock.

È contemporaneamente:

  • un documento del Britpop;
  • un album costruito attorno alla tradizione del rock britannico;
  • una straordinaria raccolta di melodie;
  • un prodotto della cultura pop degli anni Novanta;
  • e un repertorio che ha ormai superato il proprio momento storico.

La cosa più sorprendente è forse che gli Oasis, con tutta la loro retorica sulla grandezza, abbiano finito per creare qualcosa che non appartiene più completamente a loro.

“Wonderwall” appartiene a chi l’ha cantata, “Don’t Look Back in Anger” appartiene ai cori del pubblico, “Champagne Supernova” appartiene a chi ha trascorso sette minuti dentro quella canzone. E Morning Glory? appartiene ormai a più generazioni.

Forse il vero trionfo degli Oasis non è stato dimostrare di essere la più grande band del mondo.

È stato riuscire a scrivere canzoni che, trentuno anni dopo, continuano a sembrare come se aspettassero soltanto che qualcuno inizi a cantarle.

E questa, per un gruppo rock, è una forma di immortalità molto più concreta di qualsiasi classifica.

Ora Oasis sono tornati, saliranno di nuovo sui palchi nel 2027 dopo la separazione del 2009, dopo anni di dichiarazioni velenose, interviste, provocazioni e una quantità quasi industriale di "mai più", Liam e Noel Gallagher sono nuovamente insieme su un palco.

C’è però una differenza fondamentale tra il 1995 e il 2026.

Nel 1995 vedere gli Oasis significava comprare un biglietto per un concerto, oggi vedere gli Oasis può significare organizzare una piccola spedizione.

Biglietto, viaggio, albergo, trasporti locali, eventuali pasti e una giornata intera da dedicare all’evento.

E il problema non riguarda soltanto il prezzo del biglietto che per tanti fan è proibitivo ma, in certi casi un sacrificio lo si fa.

Per le date italiane di Oasis Live '27, ad esempio, Ticketmaster indica prezzi standard, commissioni incluse, da 92,29 a 276,86 euro, con i posti in piedi nelle fasce più alte; sono inoltre disponibili pacchetti hotel e VIP a prezzi superiori.

Quasi trecento euro per il biglietto più costoso standard.

Per il pubblico italiano, la tappa più naturale è Roma.

Gli Oasis saranno allo Stadio Olimpico il 26, 29 e 30 luglio 2027.

Ma c’è un altro elemento da considerare: gli Oasis non vendono soltanto un concerto; vendono la possibilità di assistere a un momento storico e questo cambia completamente la percezione del prezzo.

Quando una band è in attività da decenni e annuncia un normale tour, il fan può scegliere: “li vedrò la prossima volta”. Con gli Oasis la situazione è diversa.

Dopo sedici anni di separazione, ogni concerto porta con sé una domanda inevitabile:

e se fosse l’ultima volta?

È proprio questa incertezza a rendere l’evento più prezioso, ma anche più difficile da ignorare. MA NE VALE DAVVERO LA PENA?