Il 21 settembre del 1981 veniva pubblicato “Discipline” dei King Crimson che avrebbe rappresentato un nuovo linguaggio per il tutto il mondo del rock. “Discipline” appartiene senza dubbio alla categoria di quelle produzioni capaci di aprire una porta su quelli che possiamo considerare, musicalmente parlando, territori inesplorati.
Dopo l’esperienza tormentata e visionaria degli anni Settanta, Robert
Fripp avrebbe potuto limitarsi a riprendere il filo interrotto con Red o con
Starless and Bible Black ed invece, sceglie una strada completamente diversa.
La nuova
formazione con Fripp alla chitarra, Adrian Belew alla chitarra e voce, Tony
Levin al basso e Chapman Stick, Bill Bruford alla batteria, non è semplicemente
una nuova incarnazione dei King Crimson: è quasi un nuovo organismo musicale.
Il titolo
stesso, “Discipline”, è una dichiarazione d’intenti, ed infatti non si narra di
un disco costruito sull’abbandono romantico all’ispirazione, bensì di un
produzione fatta sulla precisione, sull’interazione, sulla ripetizione, sulla
tensione tra libertà e controllo. La musica nasce spesso da cellule minime che
vengono sovrapposte, spostate, trasformate. Ogni musicista sembra procedere
lungo una propria traiettoria, ma tutte le traiettorie finiscono per
incontrarsi. Il risultato, alla fine, porta ad un album sorprendentemente
moderno ancora oggi.
Per
comprendere Discipline bisogna ricordare che il rock del 1981 è profondamente
diverso da quello del decennio precedente.
Il progressive
rock classico ha perso la centralità che aveva avuto all’inizio degli anni
Settanta ed il punk ha distrutto molte delle convenzioni del rock elaborato; la
new wave invece, ha introdotto un’estetica più asciutta e geometrica e la
musica elettronica sta diventando sempre più importante.
Fripp assorbe
tutto questo senza rinunciare alla complessità ed è questa forse la grande
intuizione di “Discipline”: non semplificare la musica complessa, ma renderla
fisica, immediata, quasi istintiva.
Le
composizioni non hanno bisogno delle suite monumentali di Larks’ Tongues in
Aspic o dei lunghi sviluppi di Starless ma la complessità è incorporata nel
ritmo, nella sovrapposizione delle parti, nella precisione degli incastri, e
soprattutto c’è Adrian Belew, il mago di Oz!
La sua
presenza cambia completamente la fisionomia dei King Crimson. Fripp rappresenta
la razionalità, la geometria, la ricerca sonora; Belew introduce fantasia,
umorismo, teatralità e una straordinaria capacità di trasformare la chitarra in
una voce. Ed è il contrasto musicale tra i due che diventa uno dei segreti
dell’album.
L’apertura di
“Discipline” è già una dichiarazione programmatica mentre,
“Elephant
Talk” non sembra voler rassicurare l’ascoltatore. Il basso di Tony Levin entra
immediatamente in primo piano, enorme ed elastico, mentre la chitarra di Fripp
costruisce figure ritmiche nervose e Belew trasforma la propria voce in una
sorta di predicatore dadaista.
È una canzone
sul linguaggio, ma anche una dimostrazione pratica di come il linguaggio
musicale possa essere reinventato. Qui la chitarra di Belew imita addirittura
il verso degli elefanti, anticipando quella straordinaria idea che attraverserà
tutto l’album: la chitarra non deve necessariamente comportarsi come una
chitarra.
Il brano è
ironico, quasi buffo, ma dietro l’apparente leggerezza c’è una costruzione
ritmica sofisticatissima e Tony Levin è fondamentale. Il suo Chapman Stick e il
suo basso non costituiscono semplicemente la sezione ritmica: sono elementi
melodici e percussivi contemporaneamente.
Bruford, dal
canto suo, evita deliberatamente il ruolo tradizionale del batterista rock, non
accompagna soltanto: dialoga. È un inizio destabilizzante e perfetto.
Con “Frame by
Frame” il disco entra in una dimensione ancora più ipnotica con
il cuore del
brano che è il dialogo fra le due chitarre.
Fripp e Belew
eseguono pattern apparentemente semplici che, sovrapposti, producono una
complessità ritmica impressionante. La sensazione è quasi quella di osservare
due ingranaggi perfettamente sincronizzati ma leggermente sfalsati.
E la bellezza
di “Frame by Frame” sta proprio nel fatto che la complessità non viene
ostentata.
Non abbiamo la
sensazione di ascoltare quattro musicisti che vogliono dimostrare quanto sono
bravi; abbiamo invece la sensazione di assistere a un sistema che si mette in
moto ed è una differenza fondamentale, oseremmo dire sostanziale!
Il brano
contiene inoltre una delle caratteristiche più affascinanti dei King Crimson
dell’epoca: l’ascoltatore non sa sempre quale strumento stia conducendo la
musica perché per i King sono solo un bel gruppo i cui componenti contano molto
per il risultato finale, ma è Fripp poi che sa costruire con loro ciò che
vuole. Il centro della composizione si sposta continuamente e lo dimostra
l’arrivo di Matte Kudasai che cambia improvvisamente all’album corposità dopo i
precedenti brani che hanno dato all’album una insistente corposità.
È una delle
canzoni più delicate mai registrate dai King Crimson ed il titolo in giapponese
significa approssimativamente “aspetta, per favore”, con la musica che possiede
effettivamente qualcosa di sospeso. La voce di Belew assume qui un ruolo
completamente diverso rispetto a Elephant Talk, non c’è ironia, non ci sono
giochi né trasformismi.
La chitarra di
Fripp crea un’atmosfera liquida, mentre Levin costruisce una base morbida e
profonda e la cosa straordinaria è che Matte Kudasai non sembra una parentesi
rispetto al resto del disco. È parte integrante della stessa filosofia.
La disciplina
può produrre anche delicatezza anzi, proprio perché tutto è controllato, ogni
piccola variazione acquista un peso enorme.
È uno dei
momenti in cui Discipline dimostra di essere molto più di un esercizio
intellettuale.
Poi arriva uno
dei brani più celebri e imprevedibili dell’album, Indiscipline che è quasi
l’antitesi del titolo del disco.
La voce
parlata di Belew, il ritmo spezzato, la batteria di Bruford e le chitarre
deformate costruiscono un pezzo che sembra continuamente sul punto di perdere
il controllo, ma è un’illusione, è caos organizzato.
Belew racconta
ossessivamente la propria esperienza davanti a un’opera d’arte e trasforma il
racconto in una sorta di monologo febbrile. La musica procede per blocchi,
esplosioni, improvvise frenate.
È uno dei
momenti in cui la personalità di Bill Bruford emerge con maggiore evidenza e la
sua batteria non è semplicemente “complicata” e’ imprevedibile.
Bruford sembra
ascoltare simultaneamente ciò che fanno gli altri tre e cercare continuamente
uno spazio nuovo in cui inserirsi. Il risultato è un brano che conserva una
straordinaria energia anche a distanza di decenni.
Se
Indiscipline è il caos controllato, Thela Hun Ginjeet è la sua versione urbana.
Il titolo è un
anagramma di “heat in the jungle”, e la canzone nasce da un’esperienza
realmente vissuta da Belew durante il periodo newyorkese dei King Crimson. Qui
l’influenza della musica urbana, della new wave e del funk è particolarmente
evidente. Il basso di Levin è protagonista assoluto mentre la chitarra di Fripp
è secca, percussiva, quasi astratta. Belew canta con un’energia nervosa, mentre
Bruford costruisce una trama ritmica che sembra continuamente spostare il
baricentro del pezzo.
Sono King
Crimson molto lontani dalla dimensione medievale, cosmica e apocalittica degli
anni Settanta perché qui non ci sono castelli, lune, cavalieri o paesaggi
metafisici.
C’è una città.
Una città rumorosa, pericolosa, moderna. E il gruppo la traduce in musica.
Con The
Sheltering Sky il disco torna a respirare. È probabilmente il brano più
atmosferico dell’album e uno dei migliori esempi della capacità di Fripp di
costruire paesaggi sonori senza ricorrere a strutture convenzionali.
La
composizione è lenta, ipnotica, quasi cinematografica.
La chitarra
assume una funzione ambientale, mentre il basso e la batteria costruiscono un
movimento sotterraneo.
Qui si
percepisce anche quanto i nuovi King Crimson siano distanti dall’idea
tradizionale di progressive rock.
Non c’è una
“grande avventura musicale” raccontata attraverso continui cambi di tema. C’è
piuttosto un ambiente nel quale l’ascoltatore viene immerso, è una musica che
non chiede soltanto di essere ascoltata: chiede di essere abitata.
La
conclusione, Discipline, dà il titolo all’intero album e, in qualche modo, ne
esplicita la filosofia infatti , è quasi una dimostrazione matematica
trasformata in musica.
Le chitarre di
Fripp e Belew interagiscono attraverso pattern ripetitivi e intrecciati. Non
c’è un vero protagonista: l’interesse nasce dalla relazione, una composizione
che rappresenta perfettamente l’idea del gruppo come sistema.
Fripp non
domina gli altri musicisti, Belew non domina Fripp Levin non è semplicemente il
bassista e Bruford non è semplicemente il batterista. Ognuno modifica
continuamente ciò che fanno gli altri.
Questa è forse
la vera “disciplina” del titolo: l’individuo trova la propria libertà
attraverso l’interazione con gli altri.
Se si dovesse
indicare un elemento che rende _Discipline_ immediatamente riconoscibile,
sarebbe il rapporto fra Robert Fripp e Adrian Belew.
Fripp è
astratto mentre Belew è concreto; Fripp costruisce geometrie,
Belew crea
immagini; Fripp tende alla precisione, Belew all’istinto.
Eppure la loro
collaborazione funziona proprio perché nessuno dei due cerca di assimilarsi
all’altro.
Le due
chitarre sembrano spesso due linguaggi differenti che imparano a comunicare ed
è questa una delle grandi lezioni dell’album: la tecnologia e la tecnica non
vengono utilizzate per rendere la musica più fredda, ma per ampliare le
possibilità espressive.
È impossibile
però parlare di Discipline senza soffermarsi su Tony Levin perché,
il suo
contributo è enorme. Il Chapman Stick permette di fondere funzioni
tradizionalmente separate: basso, armonia, ritmo e melodia possono convivere
nello stesso strumento.
Levin diventa
così una specie di ponte fra le due chitarre e la batteria.
Il suo suono è
immediatamente riconoscibile: profondo, asciutto, elastico.
In molti
momenti sembra quasi che il basso stia “camminando” indipendentemente dal resto
del gruppo.
E questa
indipendenza è fondamentale per il nuovo linguaggio dei King Crimson.
Anche Bill
Bruford offre una prestazione straordinaria. Il suo stile non è basato sulla
semplice potenza, Bruford ragiona a tal punto che ogni colpo sembra avere una
funzione strutturale.
La sua
batteria è piena di accenti, spostamenti e piccole irregolarità che impediscono
ai pattern di diventare meccanici.
È interessante
perché Discipline è un disco estremamente preciso, ma non suona mai come una
macchina.
Questo è in
gran parte merito suo.
La grande
contraddizione di Discipline è che probabilmente è uno dei dischi più
progressivi mai realizzati proprio perché non assomiglia al progressive rock
classico.Non ci sono suite di venti minuti; non ci sono tastiere sinfoniche in
primo piano; non ci sono citazioni della musica classica usate come ornamento;
non c’è il gigantismo tipico di una certa produzione degli anni Settanta; il
fatto è che la complessità è stata spostata altrove, è dentro il ritmo, dentro
la timbrica dentro il rapporto fra i musicisti, dentro la struttura
microscopica dei riff.
In questo
senso Discipline non chiude la stagione del progressive: la aggiorna.
Infatti,
prende alcune delle idee fondamentali del prog — ricerca, complessità,
sperimentazione, virtuosismo — e le fa passare attraverso la sensibilità della
new wave e della musica contemporanea.
Anche il suono
dell’album è fondamentale. Discipline non avrebbe avuto lo stesso impatto con
una produzione più ampia e ridondante.
Gli strumenti
sono separati, nitidi, spesso quasi chirurgici; il basso di Levin è presente ma
non gonfio e la batteria di Bruford è precisa e dinamica.
Le due
chitarre hanno personalità distinte mentre la voce di Belew è collocata al
centro senza trasformare il disco in un semplice album di canzoni.
Il risultato è
una produzione che privilegia la trasparenza. Ogni elemento deve poter essere
ascoltato. E proprio per questo il disco rivela nuovi dettagli ad ogni ascolto.
La rilettura
oggi: la cosa forse più impressionante di Discipline è quanto poco sembri
appartenere al 1981.Alcuni album invecchiano perché sono legati
indissolubilmente al loro momento storico mentre Discipline è invece un disco
del 1981 che sembra provenire contemporaneamente dal futuro.
Si possono
ritrovare nella sua musica anticipazioni di moltissimi linguaggi successivi:
math rock, post-rock, alternative rock, minimalismo applicato al rock, alcune
forme di musica elettronica e persino certe concezioni del ritmo che
diventeranno comuni decenni dopo; ma chiamarlo semplicemente “influente”
sarebbe riduttivo.
La sua vera
forza, infatti, sta nella concezione: l’album dei KC suggerisce che la
complessità non debba necessariamente significare monumentalità; che il
virtuosismo possa essere collettivo anziché individuale; che la ripetizione
possa generare tensione anziché monotonia; che una canzone rock possa essere
allo stesso tempo cerebrale e fisica.
Quindi, in
definitiva, Discipline è uno degli album più importanti della storia dei King
Crimson e, più in generale, uno dei dischi che hanno dimostrato che il rock
poteva reinventarsi senza rinunciare alla ricerca. Non è un album facile nel
senso tradizionale del termine.
Ma non è
nemmeno un disco che chiede all’ascoltatore di ammirarlo per la sua
complessità. Chiede qualcosa di più semplice: ascoltare le relazioni, ascoltare
ciò che succede fra una chitarra e l’altra, fra basso e batteria, fra voce e
rumore, fra ripetizione e variazione. È lì che si trova il vero significato di
Discipline, non nella perfezione individuale, ma nell’interazione.
E forse è
proprio questo il motivo per cui, a distanza di quarantacinque anni, il disco
continua a suonare così stranamente vivo.
Non perché sia
“perfetto” in senso assoluto, ma perché raramente un album è riuscito a
trasformare una simile quantità di tecnica, ricerca e disciplina in qualcosa di
così immediatamente riconoscibile e, soprattutto, così personale.
