Ci sono album che si ascoltano e album che, in qualche modo, si abitano.
Palepoli appartiene senza dubbio alla seconda categoria.
Pubblicato nel
1973, nel pieno della stagione aurea del progressive italiano, il terzo lavoro
degli Osanna è uno di quei dischi nei quali la definizione di genere finisce
per diventare un limite. Progressive, certamente, ma anche teatro, jazz-rock,
psichedelia, musica mediterranea, ritualità, avanguardia, cultura urbana. E
soprattutto Napoli.
Non la Napoli
da cartolina, non il semplice colore locale da aggiungere a una musica
costruita altrove, ma una Napoli archeologica e contemporanea insieme,
stratificata come un palinsesto.
Il punto, in
fondo, è proprio questo: gli Osanna non applicano il progressive alla cultura
napoletana. Fanno attraversare il progressive dalla cultura napoletana.
Ed è una
differenza sostanziale.
Per capire come
la band sia arrivata a Palepoli, però, bisogna tornare indietro di due
anni, al 1971 e a L’uomo.
L’uomo: il rock con il sangue nelle vene
Dimenticate per un attimo il progressive italiano fatto di suite
chilometriche, Mellotron e musicisti impegnati a dimostrare quanti tempi
dispari riescono a infilare in un brano.
Nel 1971 arrivano gli Osanna e decidono di prendere una strada
decisamente più sporca.
L’uomo è il debutto e, ancora oggi, suona come il manifesto di
una band che non ha nessuna intenzione di stare composta in salotto.
Gli Osanna arrivano da Napoli e si sente. Ma non nel senso
folkloristico del termine: qui non ci sono cartoline del Golfo né concessioni
al pittoresco. C’è piuttosto una musicalità sanguigna, teatrale, inquieta, che
prende il rock psichedelico, l’hard rock e il jazz e li trascina dentro una
sensibilità profondamente mediterranea.
Il risultato è un disco ruvido, nervoso e imprevedibile.
La voce di Lino Vairetti non è quella del classico frontman prog. Non
cerca la perfezione, cerca l’espressione. A volte canta, altre sembra recitare,
altre ancora sembra quasi gridare. E poi c’è Elio D’Anna, con sax e flauto
utilizzati non come semplice colore ma come vere e proprie armi d’assalto.
Già la title track, “L’uomo”, chiarisce le intenzioni. Il brano
procede per contrasti, alternando momenti melodici e improvvise fiammate
strumentali. La chitarra di Danilo Rustici ha un peso notevole e la sezione
ritmica mantiene tutto ancorato a un’impronta rock che impedisce alla musica di
diventare eccessivamente cerebrale.
Poi arriva “Mirror Train” e gli Osanna tirano fuori gli artigli.
Qui siamo dalle parti dell’hard rock psichedelico: riff, ritmo, fiati e
improvvisazione si incastrano in un pezzo che conserva ancora oggi una bella
botta. È uno dei momenti in cui si capisce che questa band, prima ancora di
essere “progressive”, è una rock band con una gran voglia di suonare.
Ma L’uomo non vive soltanto di adrenalina.
“Non sei vissuto mai” e soprattutto “In un vecchio cieco”
portano il disco verso territori più oscuri. L’atmosfera si fa claustrofobica,
il lato teatrale prende il sopravvento e la musica diventa quasi una
rappresentazione drammatica.
Gli Osanna non sembrano interessati a raccontare storie rassicuranti:
il loro uomo è solo, tormentato, alla ricerca di qualcosa che probabilmente non
troverà.
Dietro il rumore, dietro i riff e dietro i virtuosismi, c’è una forte
inquietudine esistenziale. L’uomo degli Osanna è quello che cerca una direzione
in una società che sembra averla smarrita. Un tema perfettamente figlio del
1971, ma che il gruppo evita di trasformare in semplice slogan.
E quando arriva “L’amore vincerà di nuovo”, quella tensione
trova finalmente uno spiraglio di luce. Non è una redenzione hollywoodiana: è
piuttosto una pausa, una possibilità. Un momento in cui il disco sembra
concedersi il lusso di sperare.
Un debutto con qualche graffio
Naturalmente L’uomo
non è un disco perfetto.
Alcuni passaggi
risentono della natura ancora acerba della band, certe strutture sono meno
compatte di quanto diventeranno nei lavori successivi e, qua e là, si avverte
la necessità di dimostrare un po’ troppo quanto si sappia suonare.
Ma sarebbe un
errore considerare questi aspetti soltanto come difetti.
Perché il
fascino degli Osanna sta proprio nell’eccesso. Nel non essere levigati. Nel
lasciare che il sax irrompa dove non dovrebbe, che la chitarra sporchi il
quadro, che la voce si spezzi.
È musica che
preferisce il rischio alla perfezione.
E in questo
senso L’uomo è un debutto fondamentale.
Non è ancora Palepoli.
Ma contiene già tutti gli elementi che porteranno gli Osanna verso quel salto
di qualità: il rock, il jazz, la teatralità, l’improvvisazione e soprattutto la
volontà di trasformare Napoli da semplice origine geografica in materia
artistica.
Due anni dopo,
quella materia esploderà definitivamente.
Palepoli: la città come teatro
A distanza di oltre cinquant’anni, Palepoli colpisce ancora per
la sua radicalità strutturale.
Tre soli episodi — “Oro caldo”, “Stanza città” e “Animale senza
respiro” — e una durata che rifiuta deliberatamente la forma-canzone come unità
narrativa.
Le due grandi suite occupano quasi interamente il disco e vengono
costruite attraverso episodi, riprese, accelerazioni, fratture, improvvise
aperture melodiche e bruschi cambi di prospettiva.
Ma sarebbe riduttivo leggere questa architettura semplicemente secondo
i codici del progressive.
La forma lunga degli Osanna non nasce soltanto dalla volontà di
comporre in grande. Nasce dalla necessità di mettere in scena un mondo.
Palepoli è un disco che ragiona per quadri, non per brani. La
musica procede come una rappresentazione nella quale i temi ritornano, si
trasformano, si sovrappongono.
Non c’è il semplice sviluppo sinfonico del materiale: c’è piuttosto una
drammaturgia sonora.
Ed è qui che il teatro entra realmente nella musica.
Gli Osanna avevano già fatto della dimensione scenica un elemento
fondante della propria identità. Trucco, costumi, gestualità e impatto visivo
della band non erano semplici accessori promozionali: appartenevano alla
concezione stessa della performance.
Con Palepoli, tuttavia, quella vocazione raggiunge una
dimensione più compiuta.
Il teatro non viene sovrapposto alla musica: è la musica stessa a
comportarsi teatralmente.
Le entrate strumentali diventano apparizioni; le pause, sospensioni
narrative; le esplosioni ritmiche, cambi di scena.
Anche il timbro assume una funzione drammaturgica. Il flauto di Elio
D’Anna può essere lirico e pastorale, ma anche tagliente; il sax porta una
componente jazzistica che rompe la linearità del discorso; le chitarre di
Danilo Rustici introducono la materia elettrica, spesso aspra, che impedisce
alla dimensione mediterranea di scivolare nel folklore.
È un equilibrio delicatissimo.
Da una parte l’antico, il rituale, il mediterraneo.
Dall’altra l’elettricità, l’improvvisazione, la modernità del rock.
E Palepoli vive precisamente nella frizione fra questi due mondi.
Oro caldo: il progressive che prende forma davanti agli occhi
L’apertura con “Oro caldo” è già una dichiarazione poetica.
Il brano non “parte”: si manifesta.
La sua lunga durata permette agli Osanna di costruire una successione
di ambienti sonori nella quale il tema non viene mai trattato come un semplice
oggetto da sviluppare secondo una logica lineare.
La composizione è mobile, quasi cinematografica.
Il gruppo lavora per contrasti: densità e rarefazione, elettrico e
acustico, melodico e dissonante, scrittura e improvvisazione.
Ed è qui che si avverte una delle caratteristiche più interessanti
della band: gli Osanna non possiedono quella patina di perfezione accademica
che talvolta affiora in certo progressive coevo.
Il loro suono è più sporco, nervoso, corporeo.
È un prog che non vuole soltanto dimostrare di saper suonare: vuole
comunicare una condizione fisica.
Questo rende Palepoli profondamente diverso da un esercizio di
virtuosismo.
La tecnica c’è, eccome. Ma non è mai il punto d’arrivo. È uno strumento
al servizio di qualcosa di più grande: la costruzione di un’atmosfera, di un
luogo, quasi di una visione.
Napoli non è folklore
Qui bisogna fermarsi su un equivoco nel quale è facile cadere.
Parlare di “napoletanità” a proposito di Palepoli può essere
banalizzante se la si intende come semplice presenza di melodie tradizionali o
atmosfere mediterranee.
In questo disco è qualcosa di molto più profondo.
È un modo di concepire il rapporto fra voce, ritmo, teatralità e spazio.
La città antica evocata dal titolo e quella contemporanea convivono in
una sorta di cortocircuito temporale. Il passato non viene ricostruito
filologicamente: viene fatto irrompere nel presente.
È questo il gesto più moderno degli Osanna.
Non prendono la tradizione e la trasformano in un soprammobile
culturale. La fanno entrare dentro l’elettricità del rock.
E proprio qui la band anticipa, in un certo senso, una delle questioni
centrali della musica italiana: come modernizzare una tradizione senza
trasformarla in folklore.
La risposta degli Osanna è radicale: non imitare la tradizione.
Assorbirla.
Stanza città: dentro e fuori
In mezzo alle due grandi architetture del disco compare “Stanza
città”, brevissima rispetto alle suite.
A prima vista potrebbe sembrare un semplice intermezzo.
In realtà è una delle cerniere concettuali dell’album.
La stessa denominazione contiene un ossimoro spaziale: la stanza è
l’interno, la città è l’esterno; la prima è intimità, la seconda è
collettività.
È una porta che si apre e si chiude contemporaneamente.
Gli Osanna sembrano muoversi continuamente fra questi due spazi:
l’individuo e la comunità, il privato e l’urbano, l’antico e il moderno.
E ancora una volta il teatro diventa il linguaggio naturale attraverso
cui raccontare questa tensione.
Animale senza respiro
Se “Oro caldo” costruisce il mondo, “Animale senza respiro”
sembra precipitarci dentro.
La seconda grande suite accentua il carattere drammatico e
claustrofobico dell’album. Il titolo stesso suggerisce una condizione di
soffocamento, di energia trattenuta, di movimento senza vera possibilità di
fuga.
La musica diventa più fisica, più nervosa.
Il rock torna a prendere il controllo, ma senza abbandonare quella
dimensione rituale che ormai è diventata il marchio della band.
È qui che gli Osanna dimostrano di aver fatto un passo ulteriore
rispetto a L’uomo.
Nel debutto il teatro era soprattutto un atteggiamento, una componente
della personalità del gruppo.
In Palepoli diventa forma compositiva.
La musica non accompagna più una rappresentazione.
La musica è la rappresentazione.
Un disco che non cerca compromessi
Gli Osanna non cercano una “via italiana al progressive” attraverso
l’assimilazione della musica colta europea.
Non costruiscono semplicemente una versione mediterranea del rock
sinfonico.
Fanno qualcosa di molto più rischioso: mettono in corto circuito la
modernità del rock con la memoria arcaica e teatrale di Napoli.
Il risultato non è una sintesi pacificata.
È un conflitto.
Ed è precisamente da quel conflitto che nasce la forza dell’album.
Per questo Palepoli non è soltanto uno dei dischi più importanti
degli Osanna. È uno di quegli album nei quali il progressive italiano riesce a
smettere di guardare continuamente verso l’Inghilterra e comincia finalmente a guardarsi
allo specchio.
Non per imitare ciò che ha già fatto qualcun altro, ma per capire cosa
può diventare quando mette in gioco la propria identità.
E l’identità degli Osanna è fatta di contraddizioni: Napoli e Londra,
antico e moderno, melodia e dissonanza, teatro e rock, strada e avanguardia.
Il rumore della città
Forse è proprio questo il segreto della longevità di Palepoli.
Non è un disco che cerca di essere elegante.
È un disco che vuole essere vivo.
Si sente il sud, ma non quello da cartolina. Si sente la strada, il
teatro, la tensione urbana, la memoria di una città antichissima e il rumore di
una modernità che avanza.
È musica che sembra avere ancora addosso la polvere del palcoscenico.
E in questo senso Palepoli rappresenta la naturale evoluzione di
L’uomo.
Nel 1971 gli Osanna erano una giovane rock band che cercava una propria
voce.
Nel 1973 quella voce l’hanno trovata.
E non è una voce particolarmente educata.
È una voce che arriva da Napoli, passa attraverso il jazz, il rock
psichedelico, il progressive e il teatro, attraversa la memoria mediterranea e
torna fuori completamente trasformata.
Un suono difficile da catalogare e proprio per questo impossibile da
confondere.
Il verdetto
Palepoli è uno di quei dischi che spiegano perché il progressive
italiano degli anni Settanta non sia stato soltanto una copia più o meno
riuscita dei grandi modelli britannici.
Gli Osanna prendono quella grammatica e la deformano fino a farla
diventare propria.
Il risultato è un album teatrale, fisico, visionario e profondamente
popolare, nel senso più nobile del termine: legato a una cultura, a una città,
a una memoria collettiva.
Non tutto è immediatamente accessibile. Non è un disco che concede
molto al primo ascolto e non ha nessuna intenzione di farlo.
Ma proprio per questo Palepoli continua a crescere nel tempo.
È un disco da ascoltare, riascoltare e soprattutto da vivere.
Perché gli Osanna, nel 1973, non si limitano a suonare progressive.
Fanno diventare il progressive Napoli.
E per un momento, forse, riescono anche a fare qualcosa di ancora più
difficile:
trasformare il rock in teatro e il teatro in musica popolare.
