venerdì 25 settembre 2026

Neil Young & The Chrome Hearts – Second Song: ottant'anni e nessuna intenzione di smettere!


A un certo punto della carriera di un artista arriva inevitabilmente la domanda che nessuno vorrebbe fare e che, prima o poi, tutti finiscono per farsi: quanto è ancora necessario ascoltare le sue nuove canzoni?

Con Neil Young la domanda è particolarmente complicata perché, ad ottant'anni, continua a comportarsi come un musicista che non ha ancora trovato una risposta definitiva alle proprie inquietudini. Pubblica, recupera, sperimenta, cambia formazione, torna sui propri passi. E soprattutto continua a scrivere.

Second Song, il nuovo album realizzato con i Chrome Hearts pubblicato lo scorso18 settembre, nasce esattamente dentro questa contraddizione: è il disco di un artista che appartiene ormai alla storia del rock e, contemporaneamente, rifiuta di vivere soltanto nella propria storia. Ed è questa la prima cosa da capire prima di ascoltarlo.

Il modo più sbagliato di affrontare Second Song è chiedergli di essere il nuovo Harvest perché non lo è, né poteva esserlo perché, francamente, sarebbe anche piuttosto triste se fosse così.

Il Neil Young che nel 1972 scriveva Heart of Gold era poco più che venticinquenne con un futuro che sembrava praticamente infinito. La malinconia di quelle canzoni nasceva dal conflitto fra il desiderio e l'incertezza, non dalla consapevolezza del tempo che si restringe.

Oggi il quadro è completamente diverso e in Second Song il tempo non è più uno sfondo: è uno degli strumenti dell'album.

La voce è più consumata, addirittura in alcuni momenti c’è sforzo nel raggiungere note più elevate, ma gli arrangiamenti respirano ed i pezzi si prendono il proprio spazio. Anche quando Young riprende una vecchia composizione, non sembra voler dimostrare che il passato è ancora intatto. Al contrario, lascia che sia evidente la distanza fra allora ed oggi. Ed è proprio questa distanza a rendere interessante il disco.

Ascoltando Second Song sembra esserci una certa somiglianza con After the Gold Rush, non per una similarità musicale diretta, ma per una questione di sguardo, di vedute.

Il giovane Young aveva già quella capacità quasi inquietante di guardare oltre il presente; in After the Gold Rush c'era un artista giovane che cantava come se avesse già intuito che il mondo non sarebbe rimasto uguale.

Cinquant'anni dopo, non c'è più bisogno di immaginare il futuro perché il cantautore Young lo ha attraversato sopravvivendo alle mode, alle rivoluzioni musicali, alle trasformazioni dell'industria, anche quella discografica, alle proprie svolte artistiche e a una quantità impressionante di dischi.

Ora può permettersi di guardare indietro e lo fa senza trasformarsi in un monumento, lo fa restando sempre lo stesso grande artista e “uomo” di sempre.

Un altro confronto inevitabile riguarda i Crazy Horse; quando si parla di Neil Young, la domanda è quasi automatica: dov'è quel suono? E la risposta è: qui non serve!

I Chrome Hearts hanno, rispetto ai Crazy Horse, una funzione diversa; non sono il muro elettrico che negli anni ha permesso a Young di trasformare la fragilità delle sue canzoni in una massa sonora quasi fisica; sono piuttosto una band che non solo lo accompagna ma lo lascia libero di esprimersi. Questo rende Second Song meno aggressivo di Ragged Glory e molto distante dall'urgenza di Psychedelic Pill.

Se Psychedelic Pill sembrava dire "suoniamo finché abbiamo qualcosa da dire", Second Song sembra dire "ascoltiamo cosa resta dopo aver suonato per tutta una vita", e la differenza è enorme.

La title track è il cuore del disco e anche il suo test più severo perché per un brano di tale genere undici minuti sono davvero tanti.

Ma Young non ha mai avuto un rapporto particolarmente rispettoso con la durata delle canzoni. Basta pensare a Down by the River, Cowgirl in the Sand, Ambulance Blues. La durata, nella sua musica, è spesso un modo per lasciare che l'emozione trovi la propria forma ma qui però succede qualcosa di diverso.

La dilatazione non sembra più quella di un musicista che vuole esplorare un territorio sconosciuto, sembra quella di un uomo che non ha più bisogno di avere fretta ed è una sensazione stranamente potente.

Ma Neil ha comunque voluto mantenere il cordone ombelicale legato anche un po' al passato con alcune vecchie canzoni dentro il nuovo disco; infatti, la presenza di Casting Me Away From You e I'll Love You Forever, scritte negli anni Sessanta, rende tutto ancora più esplicito.

Il Neil Young ottantenne canta materiale scritto quando era poco più che un ragazzo e non è difficile immaginare il confronto, il confronto anche con il tempo che passa inesorabile: da una parte l'urgenza del giovane musicista che deve ancora diventare Neil Young; dall'altra l'interprete che porta con sé otto decenni di vita.

Quelle canzoni non sono più soltanto canzoni, sono documenti temporali, e il fatto che Young le metta accanto a materiale contemporaneo crea una sorta di dialogo fra due persone che, in fondo, sono la stessa persona.

Poi, avere ottant'anni non rende automaticamente grande un disco, qui bisogna essere onesti perché l’età non è u alibi anzi, il rischio è proprio quello di ascoltare Second Song con una benevolenza che non useremmo con un musicista più giovane.

Ci sono momenti meno riusciti, passaggi nei quali la scrittura appare meno incisiva e brani che sembrano vivere più dell'atmosfera che della melodia ma ciò non cancella il valore del progetto. Perché Young non sembra chiedere benevolenza, non sembra dire: "Sono vecchio, quindi dovete apprezzare il fatto che sia ancora qui."  Fa una cosa molto più semplice: continua sulla sua strada quella che lo ha portato, dopo decenni nella musica, qui.

E in una carriera come la sua, continuare è già una scelta artistica. Forse il punto è proprio questo: la grandezza di Neil Young non consiste soltanto nei suoi capolavori; consiste anche nell'aver sempre rifiutato una definizione definitiva di se stesso.

Il folk di Harvest, l'elettricità di Rust Never Sleeps, l'oscurità di Tonight's the Night, la dolcezza di Harvest Moon, l'energia dei Crazy Horse, gli esperimenti, gli inciampi, gli album controversi, i ritorni, tutto questo fa parte della stessa storia.

Second Song non aggiunge necessariamente un altro monumento a quella discografia; aggiunge qualcosa di diverso: un documento sul presente di Neil Young. E forse è proprio ciò che dovrebbe fare un artista arrivato alla sua età: non imitare il proprio passato ma raccontare il punto in cui si trova adesso.

Alla fine, quello che rimane non è tanto la domanda se Second Song sia all'altezza dei grandi album del passato perché la risposta sarebbe inevitabilmente condizionata dal confronto con opere che appartengono a un'altra epoca e a un altro uomo.

La domanda più interessante è un'altra: che cosa significa ascoltare Neil Young oggi?

Significa ascoltare un artista che ha attraversato quasi tutta la storia del rock e che ancora non sembra disposto a trasformarsi in un pezzo da museo. E’ vero, la sua voce porta gli anni, le canzoni portano gli anni, anche i silenzi portano gli anni ma non c'è immobilità; c'è ancora curiosità, ed è forse proprio questa la qualità che più colpisce in Second Song: non l'eterna giovinezza, ma l'ostinata volontà di essere ancora contemporaneo a se stesso.

Neil Young non ha ottant'anni nonostante faccia ancora dischi: fa dischi avendo ottant'anni ed è una differenza enorme. Ed ascoltando Second Song viene da pensare che, finché avrà una canzone da inseguire, probabilmente continuerà a farlo.

Non per dimostrare qualcosa, semplicemente perché non ha mai imparato a stare fermo e non ha mai avuto seconde canzoni ma tutte “prime”!