A un certo punto della carriera di un artista arriva inevitabilmente la domanda che nessuno vorrebbe fare e che, prima o poi, tutti finiscono per farsi: quanto è ancora necessario ascoltare le sue nuove canzoni?
Con Neil Young la domanda è particolarmente complicata perché, ad
ottant'anni, continua a comportarsi come un musicista che non ha ancora trovato
una risposta definitiva alle proprie inquietudini. Pubblica, recupera,
sperimenta, cambia formazione, torna sui propri passi. E soprattutto continua a
scrivere.
Second Song, il nuovo album realizzato con i Chrome Hearts
pubblicato lo scorso18 settembre, nasce esattamente dentro questa
contraddizione: è il disco di un artista che appartiene ormai alla storia del
rock e, contemporaneamente, rifiuta di vivere soltanto nella propria storia. Ed
è questa la prima cosa da capire prima di ascoltarlo.
Il modo più sbagliato di affrontare Second Song è chiedergli di
essere il nuovo Harvest perché non lo è, né poteva esserlo perché,
francamente, sarebbe anche piuttosto triste se fosse così.
Il Neil Young che nel 1972 scriveva Heart of Gold era poco più
che venticinquenne con un futuro che sembrava praticamente infinito. La
malinconia di quelle canzoni nasceva dal conflitto fra il desiderio e
l'incertezza, non dalla consapevolezza del tempo che si restringe.
Oggi il quadro è completamente diverso e in Second Song il tempo
non è più uno sfondo: è uno degli strumenti dell'album.
La voce è più consumata, addirittura in alcuni momenti c’è sforzo nel
raggiungere note più elevate, ma gli arrangiamenti respirano ed i pezzi si
prendono il proprio spazio. Anche quando Young riprende una vecchia
composizione, non sembra voler dimostrare che il passato è ancora intatto. Al
contrario, lascia che sia evidente la distanza fra allora ed oggi. Ed è proprio
questa distanza a rendere interessante il disco.
Ascoltando Second Song sembra esserci una certa somiglianza con After
the Gold Rush, non per una similarità musicale diretta, ma per una
questione di sguardo, di vedute.
Il giovane Young aveva già quella capacità quasi inquietante di
guardare oltre il presente; in After the Gold Rush c'era un artista
giovane che cantava come se avesse già intuito che il mondo non sarebbe rimasto
uguale.
Cinquant'anni dopo, non c'è più bisogno di immaginare il futuro perché
il cantautore Young lo ha attraversato sopravvivendo alle mode, alle
rivoluzioni musicali, alle trasformazioni dell'industria, anche quella
discografica, alle proprie svolte artistiche e a una quantità impressionante di
dischi.
Ora può permettersi di guardare indietro e lo fa senza trasformarsi in
un monumento, lo fa restando sempre lo stesso grande artista e “uomo” di
sempre.
Un altro confronto inevitabile riguarda i Crazy Horse; quando si parla
di Neil Young, la domanda è quasi automatica: dov'è quel suono? E la risposta
è: qui non serve!
I Chrome Hearts hanno, rispetto ai Crazy Horse, una funzione diversa; non
sono il muro elettrico che negli anni ha permesso a Young di trasformare la
fragilità delle sue canzoni in una massa sonora quasi fisica; sono piuttosto
una band che non solo lo accompagna ma lo lascia libero di esprimersi. Questo
rende Second Song meno aggressivo di Ragged Glory e molto
distante dall'urgenza di Psychedelic Pill.
Se Psychedelic Pill sembrava dire "suoniamo finché abbiamo
qualcosa da dire", Second Song sembra dire "ascoltiamo cosa
resta dopo aver suonato per tutta una vita", e la differenza è enorme.
La title track è il cuore del disco e anche il suo test più severo perché
per un brano di tale genere undici minuti sono davvero tanti.
Ma Young non ha mai avuto un rapporto particolarmente rispettoso con la
durata delle canzoni. Basta
pensare a Down by the River, Cowgirl in the Sand, Ambulance
Blues. La durata, nella sua musica, è spesso un modo per lasciare
che l'emozione trovi la propria forma ma qui però succede qualcosa di diverso.
La dilatazione non sembra più quella di un musicista che vuole
esplorare un territorio sconosciuto, sembra quella di un uomo che non ha più
bisogno di avere fretta ed è una sensazione stranamente potente.
Ma Neil ha comunque voluto mantenere il cordone ombelicale legato anche
un po' al passato con alcune vecchie canzoni dentro il nuovo disco; infatti, la
presenza di Casting Me Away From You e I'll Love You Forever,
scritte negli anni Sessanta, rende tutto ancora più esplicito.
Il Neil Young ottantenne canta materiale scritto quando era poco più
che un ragazzo e non è difficile immaginare il confronto, il confronto anche
con il tempo che passa inesorabile: da una parte l'urgenza del giovane
musicista che deve ancora diventare Neil Young; dall'altra l'interprete che
porta con sé otto decenni di vita.
Quelle canzoni non sono più soltanto canzoni, sono documenti temporali,
e il fatto che Young le metta accanto a materiale contemporaneo crea una sorta
di dialogo fra due persone che, in fondo, sono la stessa persona.
Poi, avere ottant'anni non rende automaticamente grande un disco, qui
bisogna essere onesti perché l’età non è u alibi anzi, il rischio è proprio
quello di ascoltare Second Song con una benevolenza che non useremmo con
un musicista più giovane.
Ci sono momenti meno riusciti, passaggi nei quali la scrittura appare
meno incisiva e brani che sembrano vivere più dell'atmosfera che della melodia
ma ciò non cancella il valore del progetto. Perché Young non sembra chiedere benevolenza,
non sembra dire: "Sono vecchio, quindi dovete apprezzare il fatto che
sia ancora qui." Fa una cosa
molto più semplice: continua sulla sua strada quella che lo ha portato, dopo
decenni nella musica, qui.
E in una carriera come la sua, continuare è già una scelta artistica. Forse
il punto è proprio questo: la grandezza di Neil Young non consiste soltanto nei
suoi capolavori; consiste anche nell'aver sempre rifiutato una definizione
definitiva di se stesso.
Il folk di Harvest, l'elettricità di Rust Never Sleeps, l'oscurità
di Tonight's the Night, la dolcezza di Harvest Moon, l'energia
dei Crazy Horse, gli esperimenti, gli inciampi, gli album controversi, i
ritorni, tutto questo fa parte della stessa storia.
Second Song non aggiunge necessariamente un altro monumento a
quella discografia; aggiunge qualcosa di diverso: un documento sul presente di
Neil Young. E forse è proprio ciò che dovrebbe fare un artista arrivato alla
sua età: non imitare il proprio passato ma raccontare il punto in cui si trova
adesso.
Alla fine, quello che rimane non è tanto la domanda se Second Song
sia all'altezza dei grandi album del passato perché la risposta sarebbe
inevitabilmente condizionata dal confronto con opere che appartengono a
un'altra epoca e a un altro uomo.
La domanda più interessante è un'altra: che cosa significa ascoltare
Neil Young oggi?
Significa ascoltare un artista che ha attraversato quasi tutta la
storia del rock e che ancora non sembra disposto a trasformarsi in un pezzo da
museo. E’ vero, la sua voce porta gli anni, le canzoni portano gli anni, anche
i silenzi portano gli anni ma non c'è immobilità; c'è ancora curiosità, ed è forse
proprio questa la qualità che più colpisce in Second Song: non l'eterna
giovinezza, ma l'ostinata volontà di essere ancora contemporaneo a se stesso.
Neil Young non ha ottant'anni nonostante faccia ancora dischi: fa
dischi avendo ottant'anni ed è una differenza enorme. Ed ascoltando Second
Song viene da pensare che, finché avrà una canzone da inseguire,
probabilmente continuerà a farlo.
Non per dimostrare qualcosa, semplicemente perché non ha mai imparato a
stare fermo e non ha mai avuto seconde canzoni ma tutte “prime”!
