1978: Muore a Londra a soli 32 anni Keith Moon, leggendario e travolgente batterista degli The Who, celebre per il suo stile esplosivo e la vita sopra le righe. Keith Moon, l'uomo che trasformò la batteria in una detonazione
Londra, 7 settembre 1978. A 32 anni scompare il batterista degli Who. Dietro la leggenda dell’uomo fuori controllo c’era uno dei musicisti più influenti e irripetibili della storia del rock.
Ci sono musicisti che
accompagnano una band e altri che ne diventano parte del linguaggio. Keith Moon
apparteneva alla seconda categoria.
Quando la notizia della
sua morte cominciò a circolare a Londra, il mondo del rock perse un batterista
di appena 32 anni, ma soprattutto perse una delle sue figure più riconoscibili.
Moon era stato il motore impazzito degli Who, il musicista capace di trasformare
una parte di batteria in un evento teatrale, rumoroso, imprevedibile.
La sua storia, però, è
stata spesso raccontata attraverso gli eccessi: camere d’albergo distrutte,
automobili, feste, alcol, droghe, comportamenti incontrollabili. Tutto vero,
almeno in parte. Ma ridurre Keith Moon al personaggio di “Moon the Loon”, il pazzo
degli Who, significa perdere di vista la cosa più importante: la sua
rivoluzione avvenne prima di tutto dietro una batteria.
Un batterista senza freni
Nato a Wembley il 23
agosto 1946, Moon cresce nella Londra del dopoguerra, in un periodo in cui la
musica popolare britannica sta rapidamente cambiando.
Quando entra negli Who,
nella prima metà degli anni Sessanta, il rock britannico è già diventato un
fenomeno internazionale. Ma gli Who stanno costruendo qualcosa di diverso: una
musica aggressiva, fisica, destinata a esplodere sul palco.
Con Roger Daltrey, Pete
Townshend e John Entwistle, Moon trova una formazione nella quale il suo stile
può svilupparsi senza essere addomesticato.
La batteria, per lui, non
è soltanto il dispositivo che mantiene il tempo.
È una seconda voce.È una
chitarra. È rumore.È spettacolo.
Moon riempie gli spazi con
una quantità di colpi sorprendente. Non sembra interessato alla tradizionale
idea del batterista come figura che deve semplicemente sostenere il basso e
scandire il ritmo. Al contrario, sembra voler dialogare continuamente con Townshend
ed Entwistle, trasformando ogni brano in una conversazione ad alta tensione.
In questo senso, il suo
stile è quasi paradossale: sembra caotico, ma il caos è controllato
dall’istinto di un musicista straordinariamente musicale.
“My Generation”: quando
nasce un nuovo linguaggio
Per comprendere Keith Moon
bisogna tornare al 1965.
Gli Who pubblicano “My
Generation”, destinata a diventare uno degli inni della gioventù britannica. Il
brano è aggressivo, arrogante, nervoso. La voce di Daltrey balbetta
deliberatamente, il basso di Entwistle è enorme, la chitarra di Townshend è
abrasiva.
E poi c’è Moon.
La sua batteria sembra
quasi voler rompere la struttura del pezzo dall’interno.
È una caratteristica che
diventerà fondamentale negli anni successivi. Moon non suona soltanto dentro le
canzoni degli Who: spesso sembra suonare contro di esse, creando una tensione
continua tra struttura e anarchia.
È anche uno degli elementi
che rendono gli Who una band così diversa dai contemporanei.
Se i Beatles rappresentano
una straordinaria capacità di trasformare il pop in arte da studio e i Rolling
Stones incarnano una versione più ruvida e blues del rock’n’roll, gli Who
portano sul palco una dimensione quasi fisica. Gli strumenti possono essere
distrutti. Gli amplificatori possono diventare parte dello spettacolo. Il
concerto non è più soltanto esecuzione: è avvenimento.
Moon è perfettamente
dentro questa filosofia.
La batteria come
protagonista
L’influenza di Moon sulla
batteria rock è difficile da quantificare perché non deriva da una singola
tecnica.
Il suo contributo è
soprattutto concettuale.
Prima di lui, il
batterista di una rock band poteva essere un ottimo musicista e
contemporaneamente rimanere relativamente invisibile. Moon dimostra invece che
la batteria può diventare una presenza narrativa.
Ascoltare i dischi degli
Who significa spesso seguire ciò che Moon sta facendo quasi quanto ciò che
stanno facendo chitarra, basso e voce.
In “I Can See for Miles”,
la batteria contribuisce alla sensazione di movimento incessante del brano. In
“Won’t Get Fooled Again”, Moon affronta una composizione lunga e complessa
senza rinunciare alla sua caratteristica irrequietezza. In “Baba O’Riley”, il
suo ingresso e il modo in cui sostiene l’esplosione finale contribuiscono alla
dimensione monumentale della canzone.
Non è un batterista
minimalista.
È un batterista che vuole
occupare spazio.
E proprio per questo
diventa fondamentale per il suono degli Who.
Il palco come campo di
battaglia
La reputazione di Moon
nasce anche dalle esibizioni dal vivo.
Gli Who dei primi anni
sono una band fisica. Townshend distrugge le chitarre, Daltrey agita il
microfono, Entwistle rimane apparentemente impassibile mentre costruisce linee
di basso incredibilmente complesse.
E Moon, naturalmente,
sembra essere sempre sul punto di perdere il controllo.
Il risultato è uno dei
grandi spettacoli della storia del rock.
La celebre distruzione
degli strumenti, che col tempo diventerà parte della mitologia degli Who, non è
soltanto provocazione. È una rappresentazione dell’energia e della rabbia della
nuova generazione britannica.
Moon ne è il riflesso
perfetto.
Sul palco sembra non
esistere una separazione netta tra musica e comportamento. La sua personalità
diventa parte della performance.
Ed è proprio qui che
comincia anche il problema.
Quando il personaggio
divora l’uomo
Con il passare degli anni,
la leggenda di Keith Moon cresce fino a diventare quasi ingestibile.
Le storie sugli eccessi si
moltiplicano. L’alcol diventa una presenza costante. Arrivano le droghe, i
comportamenti autodistruttivi, le crisi.
Il pubblico vuole il Keith
Moon incontrollabile.
Il problema è che, a un
certo punto, Keith Moon non riesce più a controllarlo.
È una distinzione
importante.
La cultura rock degli anni
Sessanta e Settanta tendeva a trasformare l’autodistruzione in spettacolo. Il
musicista che beveva troppo, dormiva poco e viveva costantemente oltre i limiti
poteva diventare un eroe.
Moon porta questa logica
all’estremo.
Il personaggio funziona
finché rimane sul palco. Fuori dal palco, però, gli stessi comportamenti hanno
conseguenze reali.
Alla metà degli anni
Settanta Moon non è più il ragazzo scatenato che aveva contribuito a definire
il suono degli Who.
Il consumo di alcol e
sostanze ha lasciato conseguenze pesanti.
Eppure continua a suonare.
Continua a registrare.Continua a essere Keith Moon.
Il contrasto è drammatico:
da una parte c’è un musicista ancora capace di momenti straordinari; dall’altra
c’è un uomo sempre più fragile, intrappolato in uno stile di vita che sta
diventando autodistruttivo.
Nel 1975 arriva anche un
segnale particolarmente inquietante. Durante un’esibizione, Moon collassa sul
palco dopo aver assunto sedativi. Gli Who sono costretti a interrompere il
concerto e il batterista viene sostituito temporaneamente.
È un campanello d’allarme
che, col senno di poi, assume un significato ancora più tragico.
“The Kids Are Alright”
Nel 1978 gli Who stanno
attraversando un momento delicato.
La band è ormai una delle
istituzioni del rock, ma l’epoca che l’aveva generata sta cambiando. Il punk ha
appena dimostrato che il rock può tornare brutale, essenziale e giovane. Gli
Who, invece, sono ormai una formazione storica.
Moon partecipa alle
registrazioni di quello che sarà uno degli ultimi album degli Who con lui, Who
Are You.
La fotografia della
copertina, con Moon seduto su una sedia con la scritta “Not To Be Taken Away”,
è diventata involontariamente uno degli ultimi ritratti pubblici del musicista.
Il 1978 sarà anche l’anno
di The Kids Are Alright, il documentario sugli Who che cattura diversi momenti
della storia della band.
Moon vi appare esattamente
come il pubblico si aspetta che appaia: ironico, imprevedibile, rumoroso,
irresistibile.
Ma dietro quella maschera
il deterioramento è ormai evidente.
La notte del 6 settembre
La sera del 6 settembre
1978 Keith Moon si trova nell’appartamento di Curzon Place, a Londra, insieme
alla compagna Annette Walter-Lax.
L’appartamento era stato
precedentemente abitato dal musicista Harry Nilsson ed era lo stesso luogo nel
quale, pochi mesi prima, era morta Cass Elliot, cantante dei Mamas & the
Papas.
Moon sta seguendo una
terapia a base di clomethiazole, farmaco utilizzato per affrontare i sintomi
dell’astinenza dall’alcol.
Quella notte ne assume una
quantità letale.
La mattina del 7 settembre
viene trovato morto.
Ha 32 anni.
L’esame post-mortem
stabilirà che nel suo organismo erano presenti 32 compresse di clomethiazole
non digerite. La morte viene classificata come accidentale.
La cifra è impressionante
e sembra quasi appartenere alla mitologia di Moon. Ma dietro il numero c’è
soprattutto la tragedia di un uomo giovanissimo che aveva sviluppato una grave
dipendenza dall’alcol e stava tentando di gestirne le conseguenze.
La morte del batterista
apre una domanda alla quale gli Who devono rispondere immediatamente: può la
band continuare senza Keith Moon?
La risposta è sì, ma
soltanto in senso pratico.
Gli Who proseguono la loro
carriera e scelgono Kenney Jones come nuovo batterista. Pubblicano altri
dischi, continuano a esibirsi e rimangono una delle formazioni più importanti
del rock.
Ma l’identità della band è
cambiata.
Moon e gli Who erano un
incastro irripetibile. Il suo modo di suonare aveva influenzato la composizione
stessa dei brani e aveva costretto Townshend ed Entwistle a reagire a una
presenza ritmica che non era mai semplicemente subordinata alla struttura.
Sostituirlo significava
sostituire un musicista.
Ma significava anche
sostituire un linguaggio.
A quasi mezzo secolo dalla
sua morte, Keith Moon continua a essere un punto di riferimento per generazioni
di batteristi.
La sua influenza si
ritrova nel modo in cui il rock ha progressivamente trasformato la batteria da
strumento di accompagnamento a elemento protagonista. Musicisti appartenenti a
generazioni diverse hanno riconosciuto il suo impatto, soprattutto per la libertà
con cui affrontava lo strumento.
Ma la sua eredità non
dovrebbe essere separata dalla sua tragedia.
La cultura del rock ha
spesso celebrato l’eccesso senza interrogarsi abbastanza sul suo costo. Moon è
diventato uno dei simboli di quella stagione: un talento enorme, una
personalità impossibile da contenere e una vita consumata troppo rapidamente.
Raccontarlo soltanto come
il “pazzo degli Who” significa trasformare una morte prematura in una semplice
leggenda.
Raccontarlo soltanto come
un genio significa invece ignorare la sofferenza che accompagnò gli ultimi anni
della sua vita.
La verità, probabilmente,
sta nel mezzo.
Keith Moon fu entrambe le
cose: il musicista capace di reinventare il ruolo del batterista e l’uomo che
non riuscì a sopravvivere alla propria mitologia.
L’ultimo colpo
Ci sono batteristi che
vengono ricordati per la precisione. Altri per la tecnica. Altri ancora per la
capacità di sostenere una band senza mai rubarle la scena.
Keith Moon appartiene a
una categoria diversa. Era impossibile ignorarlo.
Ascoltando gli Who oggi,
la sua batteria continua a sembrare viva, nervosa, quasi pericolosa. Le sue
parti non danno l’impressione di essere state semplicemente registrate:
sembrano sul punto di accadere.
Ed è forse questa la sua
eredità più autentica. Moon non suonava come se dovesse dimostrare di essere il
migliore.
Suonava come se ogni
canzone potesse esplodere da un momento all’altro.
E, per un’intera genera
fu proprio quella sensazione a definire il rock!
