lunedì 23 febbraio 2026

Post Parlante: In The Court Of The Crimson King

Nel 1969 il rock stava vivendo una stagione irripetibile. Da una parte l’evoluzione sofisticata dei The Beatles, dall’altra l’energia viscerale dei Led Zeppelin. In questo scenario già ricchissimo, un gruppo londinese relativamente sconosciuto pubblicò un album destinato a cambiare le regole del gioco: In the Court of the Crimson King dei King Crimson.

Non fu semplicemente un debutto. Fu un manifesto.

La formazione originale riuniva cinque personalità fortissime: Robert Fripp alla chitarra, mente rigorosa e visionaria; Greg Lake, voce potente e drammatica; Ian McDonald, polistrumentista capace di spaziare tra fiati, tastiere e Mellotron; Michael Giles, batterista dalle sfumature jazz; e Peter Sinfield, autore dei testi visionari.

Fu proprio la combinazione tra tecnica, sperimentazione e immaginario poetico a rendere il disco qualcosa di radicalmente nuovo: non più solo canzoni, ma architetture sonore.

Le sessioni si svolsero nell’estate del 1969 ai Wessex Sound Studios di Londra. Fin dall’inizio l’obiettivo era chiaro: superare i confini del rock tradizionale.

Uno degli elementi chiave fu il Mellotron, utilizzato da McDonald per creare imponenti tappeti orchestrali. Lo strumento, però, era notoriamente instabile: spesso si scordava o si inceppava, costringendo il gruppo a ripetere le take più volte. Quelle difficoltà tecniche contribuirono paradossalmente a rendere il suono ancora più denso e stratificato.

21st Century Schizoid Man, il brano di apertura, venne registrato quasi in presa diretta. La voce di Lake fu filtrata attraverso un sistema di distorsione improvvisato, ottenendo un effetto aggressivo e metallico che anticipava sonorità proto-metal. Al contrario, la parte centrale di Moonchild nacque da improvvisazioni libere in studio, mostrando il lato più sperimentale e rischioso del gruppo.

Prima ancora dell’uscita ufficiale, i King Crimson avevano attirato l’attenzione grazie alla loro esibizione come gruppo spalla dei The Rolling Stones a Hyde Park nel luglio 1969. L’album, una volta pubblicato, divenne rapidamente un punto di riferimento per una nuova generazione di musicisti.

Eppure, proprio mentre il disco conquistava pubblico e critica, la band iniziava a disgregarsi. McDonald e Giles lasciarono poco dopo la pubblicazione. La formazione che aveva creato quel capolavoro non avrebbe mai più inciso insieme.

La copertina dell’album è una delle immagini più celebri nella storia del rock: un volto urlante, deformato, quasi apocalittico. L’opera fu realizzata da Barry Godber, giovane artista amico della band. Morì tragicamente poco dopo, rendendo quell’immagine ancora più carica di significato. Il dipinto originale è oggi custodito da Robert Fripp.

Con la sua fusione di rock, jazz e suggestioni sinfoniche, In the Court of the Crimson King tracciò la strada che sarebbe stata percorsa da gruppi come Genesis, Yes e Pink Floyd.

A più di cinquant’anni dalla sua uscita, il disco conserva una forza sorprendente. Non è soltanto un classico del progressive: è la dimostrazione che il rock può essere ambizioso, complesso e visionario senza perdere intensità emotiva.

Un’opera nata quasi per caso, da un gruppo destinato a sciogliersi poco dopo, che ha finito per definire un intero genere.